Cap 7 • Il ciclo non è un lusso •

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L’immagine di testa è tratta dalla pagina facebook  di Onde Rosa

Gli Assorbenti sono un bene di lusso: sembra quasi un ossimoro ma nel nostro paese questa frase è una realtà che porta la cifra di un’Iva al 22% e che ad oggi il Governo italiano non accenna ad abbassare, trattando gli assorbenti come un lusso che noi donne vogliamo e abbiamo la pretesa di concederci pretendendo che sia tassato ad un comune 4% (l’iva appunto), così da essere considerati come oggetti di primaria necessità quali realmente sono.
Con quest’articolo mi addentrerò con voi in quello che per molti è una faccenda oscura che sta smuovendo parecchio le acque tra petizioni, iniziative e persino i social su cui la voce di chi non ci sta inizia a farsi sentire più forte che mai.
Il 31 maggio l’Associazione Onde Rosa si ritroverà insieme a parecchi altri a Montecitorio dalle 15.30 alle 18.30 per una protesta pacifica e non sono da sole, ve l’assicuro.
Ma andiamo a noi, adesso.
Partiamo dalla base, cos’è un bene di lusso?
Avete mai provato a cercare tramite Google? Io l’ho fatto, nel momento stesso in cui per la prima volta ho scoperto come venivano classificati gli assorbenti.
L’immagine che appare da Google è esplicativa: un rolex alle volte anche una Ferrari.
La definizione recita in questo modo: Il bene di lusso si riferisce a un bene di consumo superfluo e che rappresenta una spesa eccessiva rispetto alle possibilità economiche di qualcuno. I beni di lusso sono spesso oggetto di ammirazione e desiderio e il loro valore di scambio è molto elevato.

Bene di consumo superfluo: ossia che anche senza si può vivere, che non è necessario.
Spesa eccessiva rispetto alle possibilità economiche di qualcuno: quindi parliamo di cifre che superano almeno almeno lo stipendio medio di un… impiegato.
Oggetto di ammirazione e desiderio: un oggetto per cui si può anche arrivare a far carte false pur di averlo, perché è in assoluto il più fantastico, unico e raro esistente.

Se siete donne e state leggendo state scuotendo il capo già da “superfluo”, perché sappiamo tutte che senza non possiamo certo passare quel determinato ed estatico momento del mese che dura 4-5 giorni (se ti va bene, visto che ci sono donne a cui il ciclo dura una settimana).
Se siete uomini probabilmente faticate un po’ a pensare che un assorbente, bestia rara giusto solo intravista nelle borse delle donne che avete frequentato, sia vagamente paragonabile all’auto dei vostri sogni o forse state pensando di usarli come merce di scambio per avere un’Aston Martin.
Vi giuro che non ve la danno, l’Aston Martin dico. Non se pagate con gli assorbenti della vostra fidanzata.
Perché qualcuno vi riderà in faccia, qualcun’altra (la vostra fidanzata) vi mollerà.
Di sicuro non è un oggetto di ammirazione o desiderio viste le contorsioni che facciamo noi donne per nasconderli e come i maschi li credano ormai degli unicorni o leggende al pari di Babbo Natale.
Su spesa eccessiva, beh con un’Iva al 22% lo è eccome, da donna posso dirvi senza alcun problema che raramente li compro a prezzo pieno, vado a caccia dell’offerta del momento, analizzando per ore volantini, scaffali dei negozi o vivendo di passaparola con le mie amiche che li hanno trovati scontati.
Perché se in India o in paesi che noi Europei definiamo “arretrati culturalmente”, “selvaggi” o ancora peggio “barbari” per le loro pratiche, questi paesi concedono alle loro donne non solo gli assorbenti gratis, ma prevedono (nel caso di alcuni territori africani) ferie e congedi mestruali.
Ma di cosa stiamo parlando noi? Che in Italia se sei incinta rischi il posto e ti tocca andare in maternità all’ottavo mese e poi è un dramma allattare, essere madre e dover rinunciare alla carriera.

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imageCi stupiamo davvero di un’Iva al 22% quando di politiche WomenFriendly manco a pagarne? Che detto in maniera spicciola questo non è un paese per donne ed essere donne è più un danno che un privilegio?
Per noi donne è tutto più complicato e ora come se non bastasse sono riusciti a complicarci anche le mestruazioni.
Oh si dai, usiamolo questo termine: M e s t r u a z i o n e.
Viene una volta al mese e determina il funzionamento del corpo femminile, fa parte del ciclo della vita e della riproduzione umana,siamo state create in questo modo.
Fa parte di noi, non è un lusso, non ci divertiamo e non l’abbiamo chiesto.
E’ come respirare.
Solo che respirare è gratis, le mestruazioni no:gli assorbenti fruttano allo stato circa 300 mila euro (se non ho sbagliato a scrivere le cifre).
E qui la domanda sorge spontanea: ma il lusso di cui tutti parlano dove si trova esattamente? E di chi è? O per chi è?
Non risponderò, vorrei che lo faceste voi riflettendo sui primi paragrafi di questo post.
Veniamo al fatto: risale al 16 maggio scorso quando il Governo di fronte al ricorso (sì perché questa storia è vecchia e i tentativi non sono stati pochi per cambiare le cose), ha dato anzi ha risposto un bel no.
L’Iva non si può abbassare, non abbiamo i fondi per coprire l’ammanco che causerebbe nelle nostre casse, fare questa scelta.
Quante cose inutili abbiamo in Italia e su cui il governo spende i soldi degli italiani?
Ancora una volta, rispondetemi voi.
In queste settimane mi sono documentata, ho chiesto tramite i social (instagram e facebook dove trovate le pagine legate a questo blog) cosa ne pensano di questo no da parte del governo:
Sul trovarlo giusto e corretto la risposta è stata unanime: no.
Ve lo dico chiaro, nessuno ha votato per il sì.
Ho chiesto di motivare la scelta, di spiegare cosa ne pensavano (perché si è vero che qui sto parlando io, ma è anche vero che il problema riguarda tutti) ebbene qui c’è stata una divisione tra chi affermava: “Per molte donne il ciclo mestruale è invalidante e spesso fonte di disagio anche per via dei dolori. Non mi pare proprio un lusso tale da giustificarne i costi.”
E chi invece mi ha chiesto cos’era successo, ecco questo mi ha colpito ma non in negativo assolutamente piuttosto ha acceso nella mia testolina un campanello di allarme: non se ne parla abbastanza.
E come tutte le cose di cui si parla poco, i risultati non sono molti.
Il modo migliore per cambiare qualcosa, per migliorare la situazione è parlarne oltre che agire, informare e informarsi.
Per questo ho deciso di prendere in carico e scrivere sul blog, passare settimane a condividere le petizioni su Change.org e parlarne tramite le mie pagine Instagram e Facebook.
Perché di fronte ad un ministro che ti dice “beh inquinano, che usino le coppette mestruali o gli assorbenti lavabili” puoi solo pensare che parlano per ignoranza (e sì sono buona, sono molto molto buona).

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Immagine da Corriere.it

La verità è che manchiamo di empatia in primis, di conoscenza in secundis e di logica in terzis.
Il ciclo è qualcosa, di cui faremmo tutte a meno (il ciclo, non gli assorbenti ndr), perché lo viviamo sulla nostra pelle fisicamente parlando e nell’anima tutte quelle volte che qualcuno ci chiama isteriche a causa del periodo mestruale o ci domanda se abbiamo le nostre cose se siamo più irascibili o dure nel rispondere o comportarci.
La conoscenza e la logica camminano a braccetto qui: perché parliamoci chiaro le nostre nonne usavano le pezze e l’igiene non era proprio all’ordine del giorno e non è possibile nel ventunesimo tassare in questo modo un bene così evidentemente necessario, che poi di raro non ha nulla, nemmeno le frasette che troviamo stampate o le pubblicità che passano in tv. Di prezioso ancora meno è solo cotone.
Sì, mi sembra di esser ovvia, di scrivere una marea di ovvietà, sopratutto ora che sto riflettendo sul finale del post, ma allo stesso tempo mi rendo conto che quel che è ovvio per me qui, non è ovvio per coloro i quali hanno detto no alla proposta lo scorso 16 maggio.
La verità è che ho sempre sperato di poter dire che l’oggetto più prezioso e costoso che possiedo è la borsa di Louis Vuitton comprata con il mio primo stipendio piuttosto che rendermi conto una mattina che in realtà quell’oggetto è dentro la mia borsetta ed è un assorbente.
Le mestruazioni non sono un lusso da tassare, punto.
E scusatemi tanto se tutto questo vi suona ovvio, banale e stravisto ma a quanto pare anche l’ovvietà è un lusso in questo paese, purtroppo.

  • Qui di seguito a mo di postilla di questo post inserisco dei link, il primo tra tutti è l’evento del 31 maggio (questo vernedì) dell’associazione Onde Rosa di Milano, in molti si sono uniti alla loro causa e saranno in piazza a Montecitorio dalle 15.30 alle 18.30 per protestare contro la Tassa sugli Assorbenti che per molti è conosciuta come la “tampontax”, se vi trovate a Roma o siete di Roma, scendente in piazza e protestate anche voi. (link evento)
  • Se non potete andare a Roma questo vernedì c’è qualcosa che potete fare da lontano, firmare e condividere la petizione  su Change.org che ormai ha superato le duecentomila firme (ne occorrono 300mila). Dite la vostra, fatevi sentire, scrivete e parlatene. (link petizione)
  • Profilo InstagramFacebook di Onde Rosa.

Cap 6 • 17.58 un minuto di silenzio per Giovanni Falcone •

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Tradizione vuole, almeno su questo blog, che ogni anno per l’anniversario della strage di Capaci faccia il punto su quello che è l’evento e le iniziative che si svolgono a Palermo in vista della giornata della Legalità in ricordo della morte del Giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e la sua scorta.
Quest’anno vorrei discostarmi dalla tradizione e dai soliti standard di Prospettive Invertite, il post infatti esce alle 17.58 è un omaggio al coraggio, alla figura del Giudice Falcone, è il mio minuto di silenzio tradotto in parole.

Nel 1992 avevo appena quattro anni, appartengo a quella generazione che ha vissuto pur non ricordando, le stragi che hanno segnato e cambiato Palermo per sempre.
Ho vissuto il durante ma sopratutto il dopo.
Quando la gente salta per aria, com’è successo al Giudice Falcone, la gente che resta ha paura, paura che possa capitare a lui il giorno dopo e se ci penso o meglio se cerco nei miei ricordi di bambina delle elementari, ricordo anche che Borsellino appena ricevuta la notizia, ha capito che il prossimo sarebbe stato lui.
La gente quando ha paura smette di lottare, smette di vivere, smette di respirare, cambia ogni cosa affinché quella paura non diventi realtà, non si realizzi.
La paura paralizza la gente.
E quella bomba ha paralizzato Palermo per certi versi.falcone-borsellino-caponneto
Ma non Borsellino, non lui.
Lui che all’indomani della strage di Capaci, con il sangue del suo migliore amico e collega a bagnare ancora la terra che amavano, è tornato a lavoro, è tornato al suo posto a far il suo dovere.
Aveva paura, assolutamente, così come deve aver avuto paura Falcone ma non si sono mossi dal loro posto, non hanno permesso alla paura di cambiarli di paralizzarli.
Hanno continuato, continuato fino a dare la propria vita per quello in cui credevano: un futuro migliore, un futuro in cui questa terra potesse liberarsi della tara legata al suo passato di guerra, sangue e mafia.
Perché la Sicilia non è Mafia, è tante cose, è prima di tutto una terra in cui vivono delle persone con ideali e dei sogni, è stata la culla della cultura e della bellezza per secoli, Palermo, la Sicilia tutta non è Mafia.
E loro hanno combattuto per questo, per quell’identità persa di una Sicilia che voleva riemergere dal suo passato oscuro, per un futuro nuovo, migliore dove ogni ragazzo potesse pensare d’esser libero di scegliere che vita avere e chi diventare.

murales-palermoIl 9 maggio scorso, quando ho incontrato Salvo Piparo nel sentire quanti anni avessi mi ha subito ricordato la strage di Capaci.
Mi ha detto che ero una persona fortunata. Per cosa? Perché avevo un vago ricordo di quello che era stato?
Assolutamente no.
Sono stata fortunata perché io ho vissuto il cambiamento, ho camminato sulle idee lasciate da Falcone e da Borsellino dopo, ho portato avanti la loro memoria in ogni passo compiuto e in ogni progetto a scuola e vi posso assicurare che di educazione alla legalità, di antimafia, di Falcone e Borsellino a scuola ne ho sentito e ne ho parlato molto.
L’aula magna della mia scuola media è intolata a Francesca Morvillo, la moglie di Falcone. Ammetto d’esser sempre stata affascinata dalla Morvillo, sia perché portiamo lo stesso nome, sia per la dedizione e la profonda volontà che l’hanno contraddistinta nel restare vicino a Giovanni Falcone.
E’ stata una donna con un profondo senso del coraggio oltre che un amore infinito.
Noi siamo abituati a guardare a Falcone e Borsellino, li mettiamo insieme perché per quanto fossero due persone diverse per noi rappresentano un’unica grande idea: giustizia.
Ma c’è anche lei, e la scorta. Tutti loro sono morti per un’ideale, per quello in cui credevano.

Sì, mi reputo una persona fortunata perché i miei esempi, quelli con cui sono cresciuta così vicini a me seppur distanti, eppure uniti perché la terra questo fa, è come il sangue te la porti dentro e ti segna ti contraddistingue la condividi con gli altri come un frammento d’anima e questo ha fatto sì che quei due uomini fossero per me un modello, quell’asticella a cui non posso permettere d’abbassarsi.
Appartengo alla generazione di chi ha visto due grandi uomini morire per quello in cui credevano, appartengo a quella generazione che ha visto una città dilaniata dalle bombe strapparsi il cerotto di bocca e urlare a gran voce che la mafia è una montagna di merda e che no, non ci stava, che quel sangue e quell’orrore non voleva vendicarlo ma usarlo per riscattarsi da un passato nero che non le è mai appartenuto.11350071_545922965547224_1336252742_n
Ho visto Palermo cambiare: da fredda, difficile e complicata ad una fiorente, misteriosa e indomita città.
Difficile da amare, complicata da vivere ma incredibilmente viva, pulsante.
L’orrore non l’ha distrutta, l’ha cambiata, migliorata, resa quel diamante allo stato grezzo che è oggi.
Sono fortunata per questo e perché da donna ho l’esempio di due uomini la cui integrità morale è quanto più si possa sperare di poter raggiungere un giorno.
Le loro idee camminano sulle mie gambe e quando mi dico che voglio cambiare il mondo e che voglio fare la mia parte nel mio piccolo è a loro che guardo su come voglio farlo.
Con passione, con dedizione ma sopratutto con l’anima.
L’anima di chi questa terra benedetta e difficile la ama nonostante tutto.
E l’unica parola che può chiudere questo minuto di silenzio in parole: è Grazie.
Una parola che non dovrebbe mai mancare, ma non solo oggi, dovrebbe essere sempre così, dovremmo sempre dir loro grazie,perché se oggi siamo dove siamo lo dobbiamo a loro, al loro coraggio, alle loro idee, ai loro sorrisi ma sopratutto al fatto che loro sono stati vivi, vivi per davvero, al punto da zittire la paura, lasciando che soltanto ciò che in cuor loro consideravano giusto prendesse voce.

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Cap 5 #Ellecosavogliodipiù

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Elle Italia sbarca a Palermo: prima tappa dell’iniziativalanciata dalla testata di moda #Ellecosavuoidipiù ha preso il via lo scorso marzo a Milano e raccoglie l’eredità de “sorelle d’Italia”. Ancora una volta al centro la donna, la donna italiana che lavora, che non si arrende e che realizza i suoi sogni. Una donna che ci mette la faccia letteralmente e si gioca tutto in questa battaglia (pacifica) verso un mondo nuovo che sia del tutto WomanFriendly e a misura di donna.

Luogo dell’evento il Teatro Politeama di Palermo, dove storia e cultura per i siciliani s’intrecciano, ad aprire la tavola rotonda il direttore di Elle Maria Elena Viola ma non prima di un piccolo intervento da parte del Sindaco Leoluca Orlando, che rimarca i temi principali su cui si basa l’iniziativa della redazione di Elle:260316a8-4170-4a12-9895-718cd983480e
Il sindaco di Palermo parla di leggerezza della città come una comunità in cammino verso un futuro di leggerezza e bellezza, anzi proprio la bellezza si fa, secondo quanto detto da Orlando, come punto di incontro tra l’Estetica e l’Etica, tra ciò che è bello e ciò che dovere e questo messaggio di bellezza a partire dalle donne è il cuore dell’iniziativa #Ellecosavuoidipiù.

#Ellecosavuoidipiù nasce a marzo da ElleActiva, raccoglie il testimone di Sorelle d’Italia e continua il cammino di un’Italia che non rinuncia al proprio volto femminile, che delle donne e dei loro successi ne fa un vanto e un fiore all’occhiello.
#Ellecosavuoidipiù vuol farsi portavoce delle Donne, raccoglierne le idee i desieri: l’iniziativa infatti è partita da un sondaggio: cosa desiderano le donne per il proprio futuro.
Palermo è stata scelta perché oggi vi è un bisogno di capire, di comprendere il perché dei dati odierni che riportano un alto tasso di disoccupazione femminile, il capoluogo siciliano è fanalino di coda secondo, ma non è solo un modo per segnare un punto negativo questo, piuttosto è partire dal problema per comprenderlo e risolverlo e dunque portare avanti delle soluzioni.

“#Ellecosavuoidipiù vuole fare da megafono alle donne di oggi, di quest’Italia”

E gli appuntamenti, anzi le tappe non saranno affatto poche, si parte con Palermo ma fino a novembre la strada è lunga, verranno affrontati temi come:
Essere e apparire, toccando il fenomeno dei social;
Famiglie, famiglie arcobaleno, adozione, fecondazione assistita;
Sesso e tabù;
Donna e Politica;
Lavoro;

L’ultimo punto sarà discusso a Milano alla fine del tour, che toccherà altre città italiane.
Quel che colpisce dell’iniziativa che oltre ad avere un riscontro dai social e un apporto da questi tramite i sondaggi che vengono proposti di volta in volta per saggiare il polso delle lettrici e dunque delle donne, l’evento è accompagnato da un articolo che descrive e tratteggia il percorso affrontato poi durante la tavola rotonda con i suoi ospiti.

Così come nell’articolo ad uno ad uno gli ospiti, guidati dalle domande poste dalla direttrice Maria Elena Viola, toccano attraverso le proprie parole scritte i temi caldi dell’incontro e della giornata.
La prima a prendere la parola è l’Assessora per le politiche giovani, scuola e lavoro Giovanna Marano, parla subito di Walfare, un tema che l’Assessora ripeterà più volte durante l’incontro, sottolineando infatti come bisogna tornare ad un sistema che ruota intorno alla dignità della persona e l’inviolabilità dei suoi diritti, dunque Persona – Lavoro – Walfare affinché il principio di competizione venga sostituto nuovamente da un principio di solidarietà e di rispetto, orientato verso un tipo di istituzione che garantisce politiche di sostegno, che attualmente mancano o che non sono state inefficaci a dar sicurezza alle donne che lavorano.

“Bisogna andare via, far esperienza, imparare lingue e poi tornare.” Secondo Maria Elena Viola.

21363410-cdd2-447b-9c66-462165f82016Ma c’è chi è approdato sulla nostra terra, chi ha posto le sue radici qui ed è il caso di Paola Dal Corso, veneziana che ha deciso di investire capitali e fondare la sua azienda qui in Sicilia, secondo la Dal Corso ci vuole coraggio oggi e disciplina per poter andare avanti su questo territorio, un mercato libero in cui ancora tutto è possibile in quanto tutto è ancora da costruire ma solo con disciplina e senso di organizzazione accompagnati da un buon canale tecnologico con un sistema di informazione efficiente rivolto ai giovani che vogliono aprire un’attività e le agevolazioni che possono avere e/o ottenere.
Stefania Morici de La Palermo delle Donne, la rinascita parte dalle donne così come il cambiamento, e questa città è pronta a cambiare volto lasciando spazio ad una donna che non è più la moglie di qualcuno ma una persona con il proprio nome.

Da chi ha fatto di Palermo la sua nuova casa, creando quindi occasioni laddove nessuno le vedeva, la parola passa a chi del lavoro e de la carriera ne ha fatto un percorso di successo.
Patrizia di Dio, imprenditrice. Come diceva Nietzsche “Ciò che non ti uccide ti fortifica”, questo è un concetto assai chiaro alle donne siciliane che devono combattere per emergere, c’è bisogno di più democrazia e di più meritocrazia, niente disparità e sopratutto bisogna premiare il merito perché questa terra così come le donne siciliane hanno le capacità per potersi riscattare.

“Si parla dunque di un’economia del tutto nuova, la parola chiave non è più Umanesimo ma Womanesimo.”

Si è parlato di bellezza all’inizio con l’intervento del sindaco? Ora parleremo di Turismo, il turismo che è come la donna e la terra, è fatto per accogliere lo straniero, ma così come il turismo ha bisogno di sostegno altrettanto ne hanno bisogno le donne, continuamente frenate da istituzioni, famiglie di cui occuparsi, mariti non collaborativi.
L’intervento di Josè Rallo responsabile della comunicazione per Donnafugata è illuminante a tal proposito, e riassume il suo pensiero in un’unica frase:

“La non-programmazione distrugge la vita delle donne.”

Che cosa vuol dire questo? E’ presto detto: se una donna non ha orari e la flessibilità come termine viene bistrattata e utilizzata in maniera impropria se le si chiedonono sempre sacrifici è quanto mai ovvio che non arriverà mai ai livelli dei colleghi maschi, non programmare costringe la donna a dover far i salti mortali per incastrare tutto famiglia, impegni, vita lavorativa con il pericolo e il risultato (spesso) di non raggiungere nessun risultato.

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Significa negarle un diritto e a proposito di diritti negati Stefano Pezzalli per We World,  associazione che si occupa delle donne dei loro diritti di dar loro sostegno aiuto ed esser sopratutto una guida nei momenti più difficili.

Con Pezzalli è venuta fuori la figura delle “Impigiamate” donne che vivono esclusivamente per la famiglia e (il termine non è usato in maniera impropria) vivono la propria vita in casa, perennemente in pigiama salvo per accompagnare i figli a scuola.
Attraverso We Wolrd molte di queste realtà, sono state risolte, Pezzalli infatti porta una testimonianza circa una donna che ha cambiato la propria vita riscoprendo la propria identità e che oltre la famiglia ci sono prospettive diverse, di lavoro.
L’assocazione dunque offre aiuto e supporto, sopratutto al sud e nelle periferie, nei casi di violenza, è un punto d’appoggio per ognuna di loro, che vengono condotte attraverso percorsi di ricostruzione sociali.

Manuela Di Liberto è quasi una voce fuori dal coro, non vede la leggerezza di cui parlano gli altri ospiti, lei fa parte di quella fetta di siciliani che scelto di andare via per avere un futuro, parla delle esperienze legate e raccontate dalle sue amiche, che faticano a conciliare lavoro e famiglia e mette in tavola l’esempio del modello francese (la scrittice vive in Francia da diversi anni): c’è una politica governativa atta a cercare di mantenere la parità genitoriale, un programma di successo che funziona, ma questo semplicemente per l’aiuto e l’appoggio delle istituzioni, cosa che in Italia manca.df75d4d2-ee6d-445e-aa3f-a66bf4357128
Un’altra Palermitana fuori sede è Donatella Finocchiaro, attrice pendolare tra Palermo e Roma. La Finocchiaro non le manda certo a dire, mostra subito in maniera diretta che l’uomo violento non è un uomo che ti ama, che una donna ha bisogno di stabilità, di autostima e di concentrarsi sopratutto su se stessa. E pone l’attenzione sull’educazione, quella da genitori ai figli e alla scuola.

“Lo giustifichiamo per amore, come mi ama lui non mi amerà mai nessuno. Maddeché?!

Paola di Rosa, giurista che ci parla di SmartWorking, lavorare a distanza attraverso e grazie alla tecnologia: annulla le distanze, permette una maggiore libertà organizzativa tra lavoro e famiglia permette la parità.5441a175-fe8a-4e4a-b5f9-80337bfd1f7e
A tal proposito da PayPal Federico Zambelli Hosmer, l’azienda è WomenFriendly e quello che colpisce del discorso di Hosmer è che per poter fare qualcosa, per poter far sì che arrivi agli altri bisogna crederci, dunque bisogna credere nei valori che si vogliono trasmettere.
La politica aziendale ruota intorno a:
– Creare innovazione e cambiamento;
– Coesione tra i membri;
– Inclusione, la diversità è un pregio un qualcosa da sfruttare.

“Bisogna prima credere nel Valore che si vuole trasmettere, solo così potrà avvenire il cambiamento.”

Laura Anello per le Vie dei tesori chiude il giro sottolineando come il turismo è come le donne, vive d’accoglienza ed è questa sicuramente la chiave per la terra di Sicilia per iniziare a cambiare le cose.

L’evento si conclude con l’iniziativa di Elle India circa il turismo di ragazzi nelle località italiane, l’India punta, così come tutto il mondo verso la generazione dei Millennials, segue un brano letto da Donatella Finocchiaro tratto da Vita di Rosa Balistrieri di Giuseppe Cantavenere, esempio fulgido di una donna che lotta, combatte e vive la propria vita al massimo realizzandosi nella propria dignità di persona in una Sicilia assai antica.

Prima dei saluti la direttrice Maria Elena Viola chiede un ultimo giro di impressioni, desideri e richieste a quest’Europa per le donne:
#ElleCosavuoidipiù per Giovanna Marano: Un’Europa più accogliente.
#ElleCosavuoidipiù per Stefania Morici: Più appoggio per le mamme affinché possano conciliare famiglia e lavoro.
#ElleCosavuoidipiù per Patrizia Di Dio: Non bisogna più sentir dire ad una donna “Sono fortunata ho mio marito.” la parità è necessaria, il supporto altrettanto.
#ElleCosavuoidipiù per Josè Rallo: Che i giovani conoscano di più l’Europa e che si insegni a scuola la storia di questo continente. Maggior importanza all’Erasmus.
#ElleCosavuoidipiù per Stefano Pezzalli: Non più spose bambine.
#ElleCosavuoidipiù per Manuela Di Liberto: Parità genitoriale.
#ElleCosavuoidipiù per Donatella Finocchiaro: Un’Europa femminista, nel senso che difenda i diritti delle donne e che risolva la questione, anzi il problema femminile che ha come conseguenza la violenza.
#ElleCosavuoidipiù per Paola Di Rosa: Una maggiore consapevolezza e informazione. Innovazione in campo tecnologico.
#ElleCosavuoidipiù per Federico Zambelli Hosmer: Parità, affinché entrambi, sia l’uomo che la donna possano sentirsi realizzati e soddisfatti di sé. Un limite per la donna deve infatti essere un punto di partenza e convincersi che può farcela. 
#ElleCosavuoidipiù per Laura Anello: Fornire ai giovani quel senso che in questa terra vi sono delle possibilità da sfruttare e da creare.
#ElleCosavuoidipiù per Maria Elena Viola: Più informazione, solo con l’informazione si combatte anzi si risolvono i problemi. 

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E’ in questo modo con i desideri,le aspettative di chi questo pomeriggio la faccia ce l’ha messa e non solo quella, visto che ha messo in campo anche la propria storia, il proprio vissuto chiudo quest’articolo sulla prima tavola rotonda su donne e lavoro a Palermo promossa da Elle Italia.

 

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Cap 4 • Tu davvero vuoi fare l’insegnante? •

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Era il 2 aprile quando  Enrico Galiano pubblicava sulla sua pagina una rivisitazione de “non fare lo scrittore se” di Bukowski traslitterandola letteralmente in un “non fare l’insegnante se”, ecco dopo averla letta posso dire di aver iniziato una di quelle riflessioni terminata giusto il 10 maggio scorso e la trovate qui.
Capita che, alcune riflessioni nascano dal nulla, da una frase letta distrattamente mentre scorriamo la nostra home di Facebook, qualcosa attira il tuo sguardo e leggi, e dopo che hai letto non sei assolutamente più lo stesso.
Le parole di Enrico Galiano sul “non fare l’insegnante se” hanno avuto lo stesso impatto su di me.

Sono al terzo anno di università, che sia prima o dopo la laurea è più vicina che mai (guarda mo se non me la gufo dicendolo eh), ed è tempo vuoi o non vuoi di bilanci con te stesso, ma sopratutto con gli altri, tanto più quando sentono che sei alla fine.
Dopo il post la domanda me la sono posta: “Ma io riuscirei davvero ad insegnare, ad essere una guida a dare il tutto e per tutto affinché qualcuno possa un giorno realizzare i suoi sogni?”
Che poi tradotto in breve sarebbe “Ma io ce la faccio ad trasmettere a qualcuno quell’idea che è adatto, fatto per realizzare il suo sogno?”
Terrore. Terrore puro, ragazzi. Mi è sembrata una cosa enorme. E a quel punto ho scelto di zittire quella domanda, quella voce, di rifletterci più avanti, c’è tempo di qui alla laurea, no?

Ad un certo punto Galiano, scrive:

Se sei di quelli che “I giovani d’oggi sono tutti dei rammolliti” e “Non hanno voglia di far niente” e “Una volta qui era tutta campagna”,
lascia che ti dica una cosa:
non fa per te.
Se quando vedi un ragazzino un po’ timido, un po’ in disparte, un po’ sfiduciato,
non ti viene l’istinto di andare lì ad abbracciarlo, a dirgli “Dai, proviamoci insieme”,
è meglio se ti trovi qualcos’altro.

E poi ancora:

Se non ti nasce dentro come un ruggito
se non ti spuntano le branchie a stare in mezzo a quegli oceani di sguardi paure desideri orrore e voglia di spaccare il mondo che sono
gli occhi di un adolescente,
scusa ma
non è roba per te.

Capite?
Quando non ci credi per primo TU nel giovane che hai davanti, se getti su di lui da schermata-2014-08-13-alle-12-47-30subito la sentenza che quello è un caso perso… beh non ha perso lui, hai perso TU, niente è definitivo e le persone possono cambiare, anzi gli esseri umani sono così fantastici proprio perché sanno cambiare, o se vogliamo evolversi, mutare pelle come un serpente e se per primo non credi che un ragazzino burbero o chiuso possa essere all’altezza di avere un futuro brillante o diventare qualcuno non sei sulla strada giusta, lo stai facendo male.
E se non sai emergere in mezzo a quel mare di sguardi ancora una volta non sono loro, sei tu, tu che non riesci a dare quel poco all’altro per sentirsi spronato a migliorare o semplicemente a capire che vale, vale più di quanto in passato chiunque gli abbia detto o fatto credere.
Perché gli adolescenti, i bambini sono così, hanno solo bisogno che qualcuno li guardi, si accorda di loro e gli sorrida dicendo “ehi tu, guarda che ti vedo, guarda che credo in te e se io credo in te, tu puoi credete in te stesso, ce la puoi fare e se non ce la fai, beh ragazzo ce la faremo insieme a qualunque costo.”

Sapete che vuol dire insegnare?
E’ una parola latina, tardo latina: Insignare, ossia incidere, imprimere, un composto di in e signare.
Se vogliamo giocarci un po’ significa: segnare dentro.
Quanti prof in passato sono stati basilari per il vostro percorso? E non parlo solo di quelli buoni eh? Parlo anche di quelli pessimi, quelli che in voi non ci hanno mai creduto che ti hanno detto “non vali niente”.
Nel bene o nel male ci hanno segnati, segnati affinché trovassimo la strada o semplicemente fortificando il nostro carattere così da dar loro torto.
E’ segnare una strada, è segnare una persona, è lasciarle dentro qualcosa o semplicemente scoprire qualcosa in lei.

Anni fa mi è capitato di scrivere uno spettacolo per la mia parrocchia, per i ragazzi della mia parrocchia, una di quelle esperienze che all’inizio ti fa dire “ma chi me lo fa fare?” eppure man mano che scrivevo, man mano che stavo con loro, che davo qualche suggerimento su come fare (dai sì, tre anni di teatro al liceo fanno scuola, no?) in qualche modo entrambi segnavamo l’altro, nell’altro qualcosa.
Hanno trovato il loro stessi la forza per rendere azione quello che avevo scritto, erano diventati i loro personaggi, c’è chi ha iniziato a credere più in se stesso perché per una volta qualcuno stava credendo in lui o lei.
Li ho visti diventare grandi improvvisamente, creare una magia che forse ho visto in spettacoli di un livello superiore ed erano ragazzi, vi rendete conto? Quelli per strada che la gente indica come nulla facenti.
Ma i miei ragazzi, sì i miei, i miei nulla facenti alla fine hanno dimostrato di essere in grado di fare grandi cose e tutti alla fine hanno applaudito, tutti, anche quelli che li hanno giudicati.

Bisogna dare un’occasione a loro e a noi di provarci.

Quando di botto quel 9 maggio mi è stata fatta la domanda mentre me ne stavo all’EnelEnergiaTour a sorseggiare vino, che quasi m’è andato, di traverso non ho risposto subito.
“Ma tu vuoi insegnare?”
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Ho risposto che non lo sapevo. E che Teologia mica è solo insegnare religione e buona notte ai sognatori. Ho risposto che ho delle idee, che ho dei progetti, delle opzioni, piani a e b.
Ho risposto così, senza realmente rispondere. Perché non ho risposto. Come diceva Wilde in un marito Ideale: adoro parlare di niente, è l’argomento di cui so tutto.
E le risposte vuote sono la cosa più facile in certi casi. Vie di fuga speciali e dove trovarle.Ma quella domanda mi è rimasta in testa, insieme ad un cucciolo d’uomo che quel pomeriggio tra le tante cose fantastiche, timidamente è venuto a regalarmi il suo palloncino e mi sono sentita di botto la persona più fortunata di questa terra. E quel giorno ve l’assicuro di cose per cui sentirmi fortunata e benedetta ne avevo già avute a palate, ma nessuna si avvicinava a quel bambino e il suo palloncino.
L’indomani è successo l’impensabile: due sorelline, una splendida e solare e l’altra un po’ più chiusa, burbera che scappava da chiunque con il suo muso duro. Ad un certo punto si è fermata vicino a sua sorella, con cui stavo parlando e mi ha guardata, non è scappata questa volta così ho alzato la mano e m’ha battuto il cinque da lì in poi io e loro due abbiamo iniziato a parlare, ho scoperto in loro un’intelligenza infinita, semplice e particolare, qualcosa che noi adulti abbiamo dimenticato.
E improvvisamente l’ho capito, come un fulmine mi ha colpito: io voglio stare dalla loro parte.lattimo-fuggente-maxw-1280.jpg
Ho voglia di battere un cinque a qualcuno che non ha troppa voglia di parlare e preferisce i gesti alle parole, o ascoltare quello che pensa e che ha capito qualcun’altro sulle cose che ho studiato per anni. E voglio vedere, proprio alla fine, quando sto per andarmene una ragazzina burbera, aprirsi e diventare inarrestabile e darle il cinque prima di andare via.
E dirmi: “Okei questo l’abbiamo fatto insieme.”
Insieme. Perché è così che dovrebbe essere, è così che si affrontano le cose quando si ha paura, io da un lato e tu dall’altro, fianco a fianco passo dopo passo per raggiungere qualunque posto tu voglia mostrarmi.
Vale per l’amicizia, vale per l’amore, vale per tutto, sempre.

Perché Galiano ha ragione: Questo non è un lavoro che fai quando non c’è altro.
Lo fai quando non c’è altro che vorresti mai fare.

Cap 3 • Mamma •

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La festa della mamma quest’anno mi ha spinta verso una riflessione un po’ più profonda rispetto agli anni passati e così con uno sguardo al mio passato e con un occhio al nostro presente condivido con voi quello che ne è venuto fuori.
Non ne parlo mai e questo forse è un male, perché sono proprio le storie che tacciamo quelle che meritano d’esser raccontate: di mamma non ne ho avuta una ma tre e questo succede quando il piano di Dio prende una piega inaspettata e chi ti ha messa al mondo se ne va via troppo presto o come di solito dicono ai bambini “è volata in cielo, la mamma” e allora stai là con i tuoi occhi da bimba ad osservare il cielo azzurro e pensi che tua madre poteva solo essere un angelo a cui Dio ha dato le ali, e a quel punto ti domandi pure pure “ma non può darle le ali anche per farla tornare giù almeno a salutarmi?”
Beh non è certo tornata, ma è rimasto molto di lei qui con me, negli anni il suo gesto è stata quell’asticella a cui non ho mai permesso d’abbassarsi.

“Sii coraggiosa.”

Coraggiosa com’è stata lei nel darmi la vita anche se non era la miglior scelta, ma una mamma è questo, è coraggio all’ennesima potenza, non esiste un essere più coraggioso di una madre e non ha importanza quali ostacoli o difficoltà bisogna superare, lei li supererà. Sarà anche un Padre se deve, sarà la peggiore e la migliore persona che puoi incontrare, se deve. Sarà tutto, perché da lei e senza di lei, non ci saresti stato.
Non fraintendetemi ho anche io paura, e molte volte e per cose stupide ma in quei momenti torna lei con il suo coraggio a dirmi che sono abbastanza perché sono sua figlia.
Con la morte non finisce niente, perché l’amore sopravvive.

Ma il coraggio non basta, lo sappiamo tutti.
E qui è arrivata lei: mia nonna.

d3b5c0745b2587fc566db3e415ba4791Una donna che ha trasformato in forza ogni cosa che ha vissuto e quella stessa forza l’ha trasmessa ai suoi figli, a me, che da nipote sono diventata una figlia.
Una mamma è questo, colei che non solo ti mette al mondo, ti insegna a viverla quella vita, perché lo sappiamo tutti non veniamo su questa terra con il libretto di istruzioni e spesso ci facciamo male, per davvero.
E senza la forza, senza una buona armatura non è facile. Gli altri sono duri? E tu sei più duro di loro, tu non ti abbatti, tu vai avanti, perché sei figlio di una donna forte.
Perché l’amore è anche questo, è forza.

 

E fin qui gli ideali ci sono tutti, vero?
Coraggio, forza, amore.

C’è tutto o forse no, manca quello di cui tutti parlano ma che raramente vedi in giro: la e95930b13b13766ead5e3b0e1f9db3e8gioia.
Qui entra in gioco mia zia, sì le zie le donne che pur non avendo ancora figli loro, si occupano dei figli degli altri come una mamma un po’ sui generis, non a tempo pieno ma con la stessa energia e lo stesso amore.
La donna che non è ancora donna o forse si ricorda com’è essere un bimbo, rende la tua vita colorata, giocosa, colma di risate e d’affetto. Come avere una madre, una sorella e una complice in un’unica persona.
Ho imparato da lei, cosa vuol dire stare al fianco di una persona e rendere la sua vita a colori anche quando ci sono tutti i motivi per cui debba essere grigia.
Ed è questo quello che fa una mamma, colora la vita del proprio figlio, la rende magica.
Quando ci domandiamo chi siamo è a questo che dovremmo guardare: alle donne della nostra vita, alla mamma o alle nostre madri che in realtà hanno nomi convenzionali ma sono pur sempre mamma.

 

Cap. 2 • Rise and belive in yourself •

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“Quello che ci appartiene davvero non è mai semplice, la nostra vita appare facile agli occhi degli altri, la realtà è ben diversa.”

Questa frase l’ho scritta tempo fa,  mi è tornata alla mente oggi, mentre tornavo a casa dopo le lezioni e di colpo ho realizzato che ogni cosa che ci riguarda da vicino ci appare difficile, complicata, impossibile da affrontare.
anche quando abbiamo le forze e le capacità di poterlo fare e magari l’abbiamo già fatto e non lo ricordiamo.

Tutto appare complicato, tutto appare fuori misura… finiamo con il sentirci fuori posto, inadatti, testardi fino all’inverosimile nel cercare di realizzare un’utopia, un po’ come cercar di provare che gli unicorni esistono solo perché ci credi tu.
Ti senti, anzi ci sentiamo esattamente così.
Mi è capitato così spesso negli ultimi mesi, fino a qualche attimo fa quando un pensiero mi ha sfiorato la mente e sbuffando mi son detta “Dio mio, ma che mi salta in mente?” Perché realmente a chi vogliamo raccontarla? Certe cose non fanno per noi, non capitano a noi, non sono per noi.

Ma se non ci provi cosa ottieni?
Un cumulo di se e possibilità da aggiungere ad un mucchio già fin troppo ricolmo?
Appunto, appunto.

Così, nello stesso momento in cui ho intravisto la difficoltà, la complicanza legata alle cose che voglio, che ho scelto di vivere oggi e domani, perché non voglio rinunciarci, perché le desidero e le ho scelte, allo stesso tempo mi son risposta che rinunciare, non fare niente sarebbe ancora peggio.

Forse, verrà un momento in cui di colpo mi renderò conto che sto facendo una marea di cazzate, ma nel frattempo e sopratutto per capirlo ci devo provare e non devo farmi da parte.

Possono passare il tempo a farti sentire inadatta, incapace di realizzare qualcosa o puoi anche solo farti sfiorare dall’idea che certe cose non capitano a te, non sono fatte per te, puoi farlo è vero.

Ma allo stesso tempo devi essere dalla tua parte, perché se non ci stai dalla tua parte, chi diamine vuoi che ci stia?
Se ripenso a Tony Stark e a tutte le volte che gli hanno detto che non sarebbe stato capace di essere un eroe… 
No, non si è fermato perché glielo avevano detto,  ha continuato, perché nel suo cuore sentiva che era la cosa giusta, e quell’eroe lo è diventato per davvero, più di quanto gli altri potessero immaginare, lui è arrivato oltre il pensiero e l’immaginazione degli altri.
E dunque perché fermarsi, perché lasciare che un timore, un dubbio diventi la cifra che ti contraddistingue?
Non dobbiamo lasciare che siano gli altri a darci delle risposte circa noi stessi, siamo noi, che dobbiamo darci quella risposta su chi siamo, su quell’eroe che gli altri non dubitavano potessimo diventare.

La cifra che ci contraddistingue non sono gli altri ma noi, siamo noi.

E faremmo bene a non dimenticarlo la prossima volta che uno di quei pensieri ci sfiora la mente spingendoci dalla parte opposta.

Capitolo 1 – Dear Pì

Dear Pì.
Le lettere si iniziano così, la data in alto a destra e a sinistra bisogna far precedere al destinatario, l’aggettivo caro, perché quando scriviamo una lettera la indirizziamo a qualcuno per noi importante, a cui vogliamo trasmettere qualcosa.
Prima di internet quei fogli volanti racchiusi dentro delle buste affrancate, che viaggiavano per il mondo facevano proprio questo: trasmettevano sentimenti, l’affetto di chi fisicamente non poteva farlo, ma in qualche modo volevano raggiungere quel nome che seguiva l’aggettivo caro.
Non sono il tipo da seguire gli schemi, non l’ho mai fatto e nemmeno questa volta temo che lo farò e quindi questa è una lettera la cui forma mi permetto di rivisitare e reinterpretare.
Un destinatario c’è eccome, ma vorrei che questa lettera parlasse a tutti, nello stesso modo in cui chi mi ha ispirato a scrivere queste parole, parla ogni giorno.

Caro ,
questa storia è iniziata per caso, in un momento della vita in cui si era creato un vuoto mentre mettevo via tutto quello che nell’ultimo anno era riuscito a zittirmi a spingermi verso l’angolo guardando gli altri vivere mentre io semplicemente partecipavo con il sorriso pur non essendo fisicamente e mentalmente presente.
Non fraintedermi, non odiavo quel vuoto. In qualche modo ero grata a quello spazio che si era creato pur se suscitava in me tante domande di cui mancavano le risposte.
Momenti del genere come ben saprai anche tu, mio caro possono capitare, ma sono sicura saprai anche che sono questi i momenti in cui puntualmente qualcosa accade: non credo nelle coincidenze, esiste un piano, noi tutti ne facciamo parte e per chi ha pazienza seppur con difficoltà questo riesce a trovare il modo di mostrarsi affinché possiamo comprenderlo, dandoci la risposta che stavamo cercando.
Tu sei stato la risposta.
La risposta che ha zittito tutte le domande.
La verità è che non sapevo come tornare indietro, in senso buono Pì, perché dovevo riprendermi ciò che avevo perso durante il cammino in quell’ultimo anno: il mio essere Cristiana.
La Fede non è perfetta, ci sono momenti in cui questa si affievolisce, non vediamo un po’ come il Cieco di Gerico che sentendo del passaggio di Gesù non rinuncia a gridare a gran forza il suo nome, lo chiama così forte nonostante tutti gli dicano di star zitto, grida fino a che anche sopra gli ammonimenti della folla riesce a raggiungerlo e gli chiede di tornare a vedere, viene guarito. E lo segue.
In lui la Fede non era sparita, c’era ancora, aveva solo bisogno di tornare a vedere.
E’ difficile ammettere che ero distratta, troppo concentrata a guardare cosa non avevo dimenticandomi qual’era il mio obiettivo, perché sono dove mi trovo oggi.
Essere Cristiani è meraviglioso anche se complicato, perché sei in grado di sorridere anche nei momenti peggiori.
Sai di non essere sola, senti la presenza di un Padre che è sempre al tuo fianco e Lui riesce a donarti la forza per andare più in là, per spingerti sempre più in avanti per uscire fuori dalla tempesta.
In quel periodo sentivo di essere vicina alla risposta, ma non abbastanza e mi arrabbiavo, perché la cosa che più desideravo, che più volevo indietro ero io stessa a impedirmi di averla.
E poi sei arrivato tu, che con una frase su un post hai rovesciato tutta la mia vita fino a quel momento, il dolore rovescia tutto è vero, ti rovescia la vita, te la distrugge, te la fa a pezzi, ma il dolore non è mai fine a sé stesso, è il preludio di una rinascita, perché noi tutti siamo stati resi in grado di fare del Bene anche quando tutto intorno a noi è Male.
Che possa far strano quella frase è riuscita a svegliarmi, è un qualcosa che ho sempre tenuto dentro: prendere quel che di buono c’è in ogni situazione e se non c’è, trasformarlo in qualcosa di buono.
Vedi ho sempre rifiutato di arrendermi al dolore,ho cercato di cambiare le cose, ho reagito cercando di trasformarlo in insegnamento.
Sì le cose non erano andate per il meglio sotto certi aspetti e in certe situazioni, ma questo non cambia il fatto che io sono la figlia di un Dio che ama e che mi ama e che intorno a me ho persone speciali che mi amano a mia volta anche fino all’estremo e che per questo motivo e per tanti altri io sono fortunata.
Sono parte di un piano se smetto di agire come può questo prendere forma?
E finalmente da mille domande una risposta.
Ho imparato dal dolore che ho provato nell’ultimo anno ma allo stesso tempo ho imparato da te.
Assurdo non trovi?
Eppure è quello che facciamo ogni giorno, usiamo quei benedetti social per esprimere qualcosa, per lanciare un messaggio e ogni tanto quel messaggio arriva a destinazione, colpisce qualcuno e crea qualcosa di meraviglioso: li riporta a casa. Li riporta indietro, Pì.
Può sembrare folle ma l’alternativa non può essere chiudersi all’eventualità che qualcosa di straordinario possa accadere e che questo possa stravolgendoci
Assolutamente no.
L’ho capito non una ma tre volte, quando ti ho incontrato.
In qualche modo quello che fino a quel momento avevo semplicemente letto diventava reale, era reale.
Sei tutto ciò che scrivi, tutto di te lo esprime in una maniera così limpida da lasciarmi senza parole, esterrefatta.
Quel giorno mi hai insegnato che qualcosa di straordinario può sempre accadere, non importa in che situazione ti trovi o che cosa stai passando.
Può succedere, avviene e bisogna essere aperti a quest’eventualità, la speranza è decisamente sottovalutata di questi tempi, eppure questa è come Bublè a Natale e Iglesias in estate ha sempre qualcosa di nuovo che alla fine entrerà nelle nostre vite lasciando qualcosa di divertente, unico.
Mi rendo conto che è proprio quando siamo più deboli che finiamo con l’incontrare e con l’intrecciare il nostro cammino con qualcuno che con la sola presenza riesce a ricordarci quanto forti noi in realtà siamo.
Non si è cristiani semplicemente dicendolo così come non si può essere felici solo sperandolo, perché la felicità cosi come la Fede bisogna costruirla passo dopo passo.
La Fede perfetta è una convinzione, la Fede che si costruisce è realtà visibile.
Una realtà che ha sempre avuto, almeno per me un obiettivo, che tempo fa avevo letto su una preghiera di Henry Newman che verso la fine recitava: “…e prendi possesso di me a tal punto che in ogni persona che accosto possa sentire la tua presenza in me. Guardandomi non sia io ad essere visto ma Tu in me.
Qui mi ero fermata e qui ho ricominciato ed è nuovamente cambiato tutto, in meglio.
E’ stato difficile, oggi non lo è più.
E se ti stai chiedendo cosa hai fatto, beh è tutto qui. E un grazie non penso affatto sia abbastanza.

Ho deciso di mettere questa lettera perché negli ultimi giorni o forse nell’ultimo periodo dopo aver visto e letto il peggio del peggio sulla rete e in tv, vorrei ricordare a tutti che questo mondo virtuale non è fatto per mettere alla gogna qualcuno restando al sicuro dentro la propria stanza e dietro lo schermo, a far i leoni di tastiera siamo bravi tutti, tanto più quando non ci mettiamo la faccia.
Noi che scriviamo, che usiamo la rete e questi canali di comunicazione dobbiamo assolutamente utilizzarli nel modo giusto, dare l’esempio, tracciare la strada per una via migliore, (no non dirò assolutamente giusta non lo trovo il termine corretto).
Pì è riuscito a farlo, in un momento della mia vita in cui non vedevo nulla di facile, in cui desideravo soltanto riavere indietro qualcosa che sentivo di aver perso e di cui sentivo il bisogno; e lui è una delle tante persone che quest’anno è riuscito ad ispirarmi in tal senso e a spingermi verso il cambiamento.
Questo è quello che tutti noi dobbiamo fare qui dentro, ispirare e spingere gli altri verso la miglior forma di se stessi,il resto non è minimamente accettabile.

Capitolo Zero – Sei il mio inizio

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Ho provato a scrivere ben tre inizi diversi, ma tutti sono risultati banali, artificiosi; non credo ci sia un modo giusto per iniziare se non andare dritta al punto: Tu.
Tu, che stai leggendo e che ogni mattina decidi di affrontare la vita con un sorriso nonostante tutto quello che ti porti addosso e ti insegue quando abbassi la guardia.
Ricomincio da te, perché sei un’altro me, anche se i nostri sguardi non si sono ancora mai incrociati ma in qualche modo ti trovi qui.
Tu sei l’incipit, la causa scatenante e l’oggetto di questo testo.
Sei il mio inizio.

Le chiacchiere… ne senti molte ogni giorno, forse più di quanto la tua mente è in grado di sopportare ma ti piace ascoltare, sei sempre stato un buon ascoltatore perché infondo gli altri li capisci, riesci a dar loro il conforto e il consiglio di cui hanno bisogno, sei nato così.
Buono per gli altri, meno buono verso di te.
Più capace verso gli altri, meno capace verso di te.
Sei nato così.
Con l’idea che sia sempre tu a incasinare tutto, che sia sempre tu a scatenare l’urgano che travolge te e che sfiora a malapena gli altri.
Tu, la causa prima di te stesso, nel bene e nel male.
Tu, il tuo giudice più severo.
Sei morbido con gli altri e rigido con te stesso.
Passi il tempo a costruire dei muri enormi, a mettere dei paletti per tracciare il tuo spazio interiore, quello sicuro, quello in cui puoi rifugiarti, senza le chiacchiere a far rumore.
Pensi sempre di aver fatto un buon lavoro, che anche il vento più forte non potrà buttare giù le mura che hai eretto e dietro cui ti sei rifugiato.
Lo pensi davvero. Ci credi davvero.

Poi arriva quella parola di troppo, quella che non ti aspetti, quella di cui avevi percepito l’arrivo ma non credevi ti avrebbe fatto così male.
Arriva e ogni muro che hai eretto crolla, l’uragano passa, si porta via ogni cosa e ti lascia da solo.
Con un cumulo di macerie e le certezze di un bimbo appena nato che senza la madre non può nemmeno mettersi a sedere.
Eccola là, la volta di troppo che sapevi sarebbe arrivata e che non sai come affrontare.
Il mondo ha perso colore, consistenza, tu non senti e non vedi più.
E’ bastata solo una parola.
Tu che con le parole ci giocavi da quando sei nato, le tue migliori amiche e le tue più grandi alleate.
Come Romeo si sono messe in mezzo fra te e Tebaldo e hanno permesso che il colpo arrivasse al cuore, al tuo cuore.
Questa volta ne sei convinto, non ce la farai.
Le ali te le hanno spezzate una volta di troppo e ora non sono più buone per volare, pensi.
Ti arrendi, mordi le mani fino a farle sanguinare e te ne vai in silenzio perché quelle parole te le senti addosso come uno strato di pelle che non sapevi di avere e che tuttavia senti estraneo, perché lo è, ma in quell’istante non riesci a dirtelo.

Non riesci fino a quando non ti fermi davanti allo specchio e qualcosa dentro di te scatta improvvisamente.
Come un leone che non ha ancora deciso di morire sotto i colpi del cacciatore, scatti per un ultimo balzo e ti rimetti in piedi fissando la canna del fucile che ha appena sparato e il tuo ruggito riecheggia insieme al tuo grido, a quel grido nella tua testa.

Io non sono così.

E te la strappi di dosso quella pelle estranea e ti rendi conto che non fa male, che non stai sanguinando, che quell’uragano non ha distrutto niente perché quello che contava, quello che di te stesso realmente aveva un peso è rimasto.
Tu sei rimasto e ti stai guardando negli occhi, ti stai guardando sorridere sereno.
Tu non sei come gli altri ti dipingono.
Le chiacchiere non sono affatto la cifra che ti determinano.
Lo sai per il semplice fatto che ogni giorno scegli di sorridere, di essere una persona allegra, di essere per gli altri sempre, senza cercare un tuo tornaconto personale, perché non ti serve, non ti è mai servito.
Ami gli altri e ami te stesso e il dolore non ha mai avuto la meglio su di te, anzi sei tu che hai avuto la meglio sul tuo dolore e l’hai usato per mutare, trasformarti da bruco in farfalla ogni volta, tutte le volte, migliorandoti senza fermarti mai.
Ecco chi sei, sei un gladiatore non sei una mammoletta, non lo sei mai stato e lo sai.
Hai la forza di affrontare ogni cosa, hai la forza di gettare ancora una volta la maschera e non indossarla perché le cicatrici e i segni dei chiodi sono la prova che hai sofferto ma hai scelto lo stesso l’amore e non l’odio.
E proprio perché sei un guerriero sai che il più grande dei dolori può portare al più grande dei cambiamenti: una Rinascita.
Non è solo Cristo a Risorgere tre giorni dopo esser morto, lo siamo tutti. Ogni giorno riusciamo a trovare la forza di Risorgere partendo delle piccole cose, vedendole con gli occhi giusti, nel modo giusto.
Tu risorgi ogni giorno, butti giù la tua pietra e decidi che la morte ha perso e sorridi.
E’ questa la tua forza.
Ti annoia essere triste in una giornata di sole, ti sembra uno spreco e lo è e proprio perché sei in questo modo che nessuna parola detta potrà mai definire te stesso, sei tu a farlo: tu sai come sei e questo basta a spegnere le chiacchiere, ridurle a rumore, lontane da te.
Hai questa forza, hai quest’enorme volontà, deriva dalle tue battaglie dall’immensa testardaggine di non aver permesso a ciò che non andava di cambiarti.
Qualcuno ti ha creato così, che sia Dio o qualcun altro, il risultato non cambia resterai.

E se in questo momento annaspi in cerca di ossigeno, voltati e guarda la strada che hai percorso fino ad oggi, resta ad ascoltare l’amore che ti circonda nelle voci di chi per te darebbe la vita.
Troverai ispirazione.
Magari la troverai in un volto di uno sconosciuto e nelle sue parole a cui affibbierai un nomignolo, perché il suo volto e le sue parole ti ricordano un frammento di te; magari la troverai in un amico del passato che in silenzio ha gettato delle briciole di pane affinché tu possa sempre ritrovare la via; magari la troverai in una mano tesa o in una voce al telefono a km di distanza fra le Alpi nel profondo nord dell’Italia o del tuo paese, ovunque tu ti trovi.

Il punto è che non devi smettere, arrendersi è per i pivelli.
E se pensi che chiuderti ti preserverà dal provare altro dolore sbagli, ti farai ancora più male perché l’amore non può entrare se non lo aiuti e non apri la porta, anche se non smetterà mai di bussare e chiamarti, perché ha dato la vita per te affinché tu possa esistere.

Sei un guerriero.
Sei un gladiatore.
Sei amato. Da molti.

Non scordarlo.

Capitolo Zero – La strada percorsa

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Giunge sempre quel momento in cui bisogna fare il punto, per raccogliere le fila e guardare il quadro nel suo insieme.
Per questo blog è giunto proprio quel momento, dopo tre anni è giusto.
Guardare il passato e andare avanti.
Questo non è un addio, ma un arrivederci ad una seconda fase di Prospettive Invertite in arrivo a marzo 2018.

 

Cesura.

Una di quelle parole che mi ha sempre affascinata, sin dalla prima volta in cui l’ho sentita a scuola pronunciata dalla prof di storia del quarto anno del liceo. Cesura storica.
Sta ad indicare quel particolare momento sulla linea del tempo in cui avviene un distacco tra ciò che finora è e quel che sarà.
Un bel modo di definire il cambiamento, che poi sia in meglio o in peggio bisogna solo attendere di andare avanti, di vivere per poterlo capire; il punto è che avviene, tutto si ferma e muta, drasticamente o meno.

Più volte ho avuto l’istinto di chiudere questo blog, più volte ho sentito che era troppo e che necessitava di una maggiore definizione e l’istinto era quello di chiudere e aprirne uno nuovo, ricominciare da zero.
Non l’ho mai fatto, strano ma vero non l’ho mai fatto, per quanto la mia tendenza sia sempre quella, quando le cose non vanno bene di girare l’angolo e prendere una strada del tutto nuova.
In quest’ultimo anno ho imparato qualcosa di nuovo: dare nuova vita a qualcosa.

Ho sempre vissuto un po’come Argo, che insoddisfatto della sua nave appena costruita la distruggeva per costruirne un’altra, ancora e ancora all’infinito con quel senso di insoddisfazione che cresceva e mai l’abbandonava, senza mai realizzare nulla, senza mai avere la sua nave.
Prospettive Invertite risale a prima di iniziare i miei studi teologici, è vissuto a cavallo tra una strada che si è chiusa e un’altra che apparsa all’orizzonte.
Proprio fra quei banchi ho imparato il vero significato di quello di cui vi sto parlando.
L’inizio non è stato facile, la mia situazione di allora mi influenzava, il mio passato mi influenzava, però io volevo continuare e seppur sia stata ad un passo dal fare come ho sempre fatto, a lasciare che Argo distruggesse di nuovo la nave… non l’ho fatto.

“Devo uscire dalla classe?”
“No, rimanga. Vediamo come va, lei frequenti fino all’ultimo giorno e vedremo. Ma deve terminare, non deve fermarsi.”

E sono rimasta.
L’anno dopo invece che lasciare gli studi, ho chiesto di ripetere il primo anno e grazie a Dio l’ho fatto, perché l’anno che ho vissuto è stato fantastico: ho conosciuto persone di cui non potrei fare a meno, se l’amicizia è amore, dico sì, sono innamorata persa di queste persone.
Ho riscoperto in me tante virtù che non ricordavo, ho vissuto tante esperienze in maniera intensa e ad oggi sono circondata da un affetto e da un amore che non pensavo potesse anche solo esistere.
Ho seguito quel consiglio, e la mia vita è cambiata, in meglio. Non ho collezionato un nuovo fallimento ma un successo.
Ho imparato che non si butta via niente, che bisogna fare qualcosa con quello che si ha fra le mani.
Non posso dirvi la sensazione che provo tutte le volte che ogni cosa che finora ho imparato sta tornando in quello che oggi faccio.
Sì uno di quei momenti da: le strade che hai percorso fino ad oggi ti hanno portato fin qui.
D’accordo se l’avete letta con la voce di Erlond è tutto normale. E’ sua.

Ecco perché Prospettive Invertite non chiude, ma termina la sua prima esistenza, la prima parte del grande libro di cui è custode.
Ho parlato di ogni cosa in questi tre anni: moda, attualità, di telefilm e di più che ha più ne metta, giusto per far capire che la nostra prospettiva non è mai ristretta ma deve essere a trecentosessanta gradi, bisogna vedere tutto.
Osserva tutto, non avere confini.
La prima parte di questo blog, dei suoi primi cinquanta capitoli è condensata qui, perché non dobbiamo avere confini, dobbiamo essere voraci e per niente quadrati, nulla anzi nessuno vi vieta di essere un secondo seri e parlare della giornata della memoria con tono grave e poi fra un’ora emozionarvi con una canzone sdolcinata.
Le sfumature rendono questo mondo reale. Basta uscire per capirlo, è cosi colorato il bianco e nero non predominano, non sono la norma e la regola, assolutamente.
La necessità che sento oggi è quella di restringere un po’ l’inquadratura, dal generale verso il particolare.
Vedrò ancora il mondo da ogni prospettiva possibile, salirò ancora sulla cattedra per guardarlo da un angolazione diversa ma con maggiore attenzione per qualcosa che finora è rimasto inesplorato o poco discusso fra queste pagine.

Questo capitolo extra esce subito dopo #Timeusp, sinceramente non speravo di poter chiudere in maniera diversa questa prima parte, Prospettive Invertite mi ha dato modo di esplorare argomenti complessi a cui non mi ero mai avvicinata, dando finalmente voce ai miei pensieri, alle mie opinioni, alle mie riflessioni.
E su questo posso anche sbottonarmi un po’, via… ci sarà più spazio alla riflessione, riportare i fatti è importante, riflettere su questi è ancora più importante.
Sarà una nuova avventura, senza dubbio.
Per il momento ringrazio tutti coloro che hanno dedicato il loro tempo a leggermi in questi anni, i vecchi post resteranno attivi e consultabili sempre, quindi nell’attesa sapete cosa fare.
E se vi state chiedendo quando ripartirò, una data c’è: marzo.
I dettagli eh, è proprio marzo il mese in cui questo blog è nato.

Adesso vi saluto, con affetto e sincerità.
Ci vediamo a marzo.
Francesca.

Capitolo Cinquanta – #Timesup or not #Timesup?

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La replica di Catherine Deneveue a #Timesup rimbalza sui social da giorni, il manifesto firmato dall’attrice francese raccoglie sempre più consensi, spaccando il mondo mediadico in due tra chi è a favore e chi è contro.
E’ giusto che sull’argomento ci siano più voci e più opinioni ma ha davvero senso quanto scritto su LeMonde?

 

#Timesup è la risposta allo scandalo Harvey Weinstein che ha investito Hollywood nelle ultime settimane, un’ondata che ha visto cadere sempre più teste coronate della sfavillante città del cinema e che ha trascinato con sé parecchi volti noti, i quali hanno subito i colpi di coda di chi ha deciso di dire no.
Per chi non lo sapesse ancora il caso Weinstein coinvolge tantissime attrici americane e non, che hanno denunciato il produttore di molestie sessuali, ad una ad una le loro storie sono venute a galla gettando nello scompiglio e nell’orrore l’America intera.
#Timesup è la risposta delle americane e di tutto il mondo del cinema a quanto accaduto, un singolo avvenimento ha dato forza alle voci di molte altre donne che hanno deciso di dire basta ad ogni tipo di vessazione a sfondo sessuale sul lavoro e fuori dal lavoro, affinché prendano il coraggio per denunciare quanto subito con la speranza che questo tipo di eventi, chiamiamoli cosi, diminuiscano perché per scomparire ci vuole davvero ancora molto tempo.
Oprah, che durante i Golden Gobles ha ricevuto il premio alla carriera ha ringraziato con un discorso che a mio avviso è il manifesto di questo movimento: nessuna donna, di qualunque etnia deve più ritrovarsi in una condizione come questa, restare in silenzio e acconsentire a pressioni di questo tipo per conservare il lavoro tanto per dirne una.
Durante la cerimonia quasi tutte le star hanno aderito a quest’iniziativa vestendosi di nero, un segno forte accompagnato da parole forti.
Su instagram è possibile seguire la campagna sulla pagina omonima, accompagnato dall’hastag #MeToo.

La risposta, anzi la contro risposta arriva dalla Francia, da un’icona del cinema francese, Catherine Deneuve, la quale ha dichiarato non di essere contro #Timesup, quanto più che questa campagna non si trasformi in una caccia alle streghe in cui da vittime le donne si trasformino in carnefici, mettendo alla gogna gli uomini.
La Denevue ha portato avanti tutti quei casi in cui uomini di successo hanno perso il lavoro o  lo rischiano.
Perché a detta sua non dobbiamo assolutamente impedire la libertà sessuale, la libertà di venir importunate, perché infondo un corteggiamento seppur maldestro o insistente può anche essere piacevole, gli uomini non devono essere intimiditi da quello che succede, guai se smettessero di importunare le donne.
In Italia Claudia Gerini ha risposto e accolto l’appello dell’attrice francese schierandosi dalla sua parte ma nemmeno contro #Timesup, sottolineando anche lei la pericolosità di un invertire la rotta e far partire una caccia alle streghe intimorendo fin troppo gli uomini.

Ora, di fronte a questo botta e risposta esclusivamente tra donne l’unica, anzi le uniche due domande che appaiono nel mio piccolo e tranquillo cervellino sono queste:
Dove sono finiti gli uomini?
Ma davvero abbiamo bisogno di confortare gli uomini in questa situazione?
Mi perdonino chi magari è d’accordo con la Deneuve, ma davvero c’era bisogno di stilare e controfirmare un manifesto per rassicurare gli uomini e mantenere questa fantomatica libertà sessuale, o libertà di importunare?
Cioè è come se gli uomini di oggi ormai mancassero totalmente di quell’intelligenza tale da comprendere che non siamo, noi donne, armate di torce e forconi e li stiamo venendo a cercare. Nessuno qui urlerà al lupo al lupo per un gesto che non è assolutamente una molestia.
Il campanello d’allarme c’è? Dite i casi di accusa agli attori, produttori, fotografi che uno dopo l’altro stanno cadendo come foglie secche?
Si dice che chi è innocente non deve temere niente. E quando una voce è falsa è destinata a morire così com’è nata.
Gli uomini non hanno bisogno di essere rassicurati, hanno, anzi posseggono quell’intelligenza per capire che un certo confine non deve essere superato.
Ho letto di “paura del rifiuto”, paura che può inibire l’uomo.
Che cos’è un bambino? Dico, è un bambino che ha bisogno della carezza sulla testa dopo esser caduto per rimettersi a camminare?
Gli stupidi esistono e non conoscono distinzione di sesso.
Ragion per cui non coccoliamo nessuno, #Timesup è un movimento nato per far in modo che chi subisce molestie capisca che non deve star zitto, che può e che deve parlare, che non è giusto subire in silenzio, quel tempo è finito.
E nient’altro, non dice nient’altro, che poi ci sia una tendenza ad estremizzare, ditemi voi dove non la riscontriamo ad oggi, si estremizza pure per un albero di natale che non appare decisamente rigoglioso come i suoi simili, suvvia.
Il Manifesto che LeMonde ha pubblicato, è pericoloso, pericoloso nel senso che può tranquillamente essere un veicolo per giustificare quello che ad oggi stiamo combattendo.

Io non trovo sbagliato quello che la Deneuve ha detto, io trovo sbagliato il modo in cui l’ha detto e che ci sia stato bisogno che una donna prendesse la parola, creando due fazioni nel mondo femminile che assolutamente non serve, non oggi.
Trovo molto più interessante e lineare l’articolo apparso sul corriere della sera, di Pierluigi Battista brevemente sottolinea come un uomo ha e possiede quell’intelligenza per capire quando sta esagerando e quando non sta esagerando, che di fronte ad un “no” deve fermarsi e chi non si ferma è un imbecille e se l’è pure cercata l’offesa, non dirò assolutamente meritata, ma cercata sì.
Di fronte a questo ginepraio che ha creato un caos senza pari, forse l’unica cosa che dovremmo prendere in considerazione è un terzo evento che dovrebbe preoccuparci tutti: l’opinione altrui.
Siamo così preoccupati di avere una buona opinione di mantenere pulito il nome della nostra azienda o il nostro, che di fronte alla più piccola macchia, si agisce immediatamente licenziando, chiudendo la porta in faccia, prendendo le distanze.
Prima di prendere le distanze e chiudere le porte bisognerebbe verificare e solo dopo prendere una decisione.
Non sto dicendo assolutamente che chi è stato licenziato non lo meritava, ma sto dicendo che #Timesup non deve diventare un’arma da puntare contro chi magari è scomodo, non bisogna strumentalizzare qualcosa che sta creando del bene e sta stabilendo nuovamente un equilibrio di giustizia nei confronti di chi ha subito un torto.
Nessuno qui sta crocifiggendo nessuno, chi ha sbagliato paga, e #Timesup sta solo dando voce a chi per troppo tempo è rimasto in silenzio, è dolore, dolore personale, non vendetta.
Impariamo a pesare le parole e i gesti sia dall’uno che dall’altro lato.
Un no è un no e non uccide nessuno e se qualcuno ha deciso di ricordare a chi ha subito violenze e molestie che ha ancora una voce e può riscattarsi, non vuol dire che questa persona qui stia puntando un coltello alla gola dell’ex carnefice celandosi dietro belle parole e bei discorsi.